Recuperiamo
i nostri passi a partire dal ponte pedonale che ci permette di guadare
il Reinello. Camminiamo lungo
la sponda sinistra del torrente; ce ne distacchiamo quando la pista
in terra inizia ad inerpicarsi fino a incontrare una stradina asfaltata
che continua a salire. Dopo poco il tratturo si regolarizza e ci troviamo
a calpestare il cotico erboso. La linea telefonica su pali in legno
posta al centro del tracciato ci segnerà il passo anche qui per
molte centinaia di metri.
Proseguiamo con buona lena fino ad incrociare la strada che collega
Pesco Sannita con San Marco dei Cavoti posta poco oltre il confine delle
comunità montane Alto Tammaro e Fortore, facendo molta attenzione
all’attraversamento, specie se ci muoviamo in gruppo. Ci troviamo
in territorio di Pesco Sannita.
Questo punto – quota 550 m s.l.m. – segna un diverso andamento
altimetrico, quasi un punto di crinale: si comincia a scendere. Osserviamo
di fronte a noi il Toppo Santa Barbara, di cui si dirà dopo,
con alle spalle il paese di San Giorgio la Molara, quota 671 m s.l.m.
Tagliamo la strada che porta a San Marco dei Cavoti e continuiamo a
scendere. Il territorio immediatamente nell’intorno del tratturo
è variamente edificato.
La buona leggibilità del percorso,
unitamente alle buone condizioni del suolo ci permettono di proseguire
speditamente. Incontriamo numerosi torrentelli fino a raggiungere il
vallone Precchiella dove sceglieremo il punto più agevole dove
guadarlo (in estate la portata non crea situazioni difficoltose). Attraversato
il vallone saliamo per un breve tratto fino a trovare una plancia di
lettura territoriale che pone in evidenza una masseria fortificata (“Casino
ed oliveto della Marchesa di San Marco”), presente sin dalle reintegre
più antiche e, alle spalle di questa, la chiesa di Santa Barbara.
Completata la discesa, nelle immediate vicinanze di un gruppo disordinato
di fabbricati, si svolta a sinistra per percorrere un lungo pezzo quasi
tutto in piano, o quanto meno interessato da leggere variazioni di quota.
Si entra in un piccolo boschetto seguendo una mulattiera; la zona è
ricca di acqua. Il tratturo si riapre subito in una zona adibita in
prevalenza a pascolo.
Dal
nostro tragitto vediamo dipartirsi, confortata dalla segnaletica, la
stradina che conduce a Santa
Barbara. La deviazione verso la chiesetta romanica
comporta circa 250 metri di dislivello verso l’alto, ma è
una tappa importante. Puntando invece a diritta avvistiamo il grosso
pino che segnala la presenza dell’area di sosta in adiacenza di
uno dei più rilevanti episodi del tratturo Pescasseroli –
Candela: il complesso del Mulino Ielardi.
Le reintegre più antiche segnalano la presenza oltre che del
mulino anche di una taverna, entrambi detti “del Marchese”.
Siamo in una vallata, quella della confluenza tra Tammaro e Tammarecchia.
Dopo
essersi aggirati nell’intorno del mulino, semi diroccato ma
che conserva ancora intatto il suo caratteristico assetto fortificato,
continuiamo facendoci indicare la direzione di marcia dalla disposizione
dei muri in pietra, posti a delimitare ciò che resta dell’ampiezza
del tratturo, qui come in altri punti ridotta da 60 a 30 passi napoletani
(circa 55 metri). Superiamo il Tammarecchia su ponte carrabile e ci
prepariamo ad incontrare il fiume Tammaro operando prima uno scarto
a destra, poi a sinistra, aiutati dai termini lapidei e dalle differenze
dei suoli. Ecco il Tammaro:
se la portata lo permette possiamo passare sotto le arcate del ponte
altrimenti se il sentiero è oltremodo fangoso o addirittura
inondato teniamoci a sinistra e attraversiamo la strada sul ponte.
Ci immettiamo così in un tratto molto compromesso dal punto
di vista della leggibilità, perché massicciamente segnato
dalla viabilità carrabile. Giunti ad una biforcazione, optiamo
per la strada che conduce a sinistra. Mantenendoci a bordo strada,
facendo molta attenzione agli attraversamenti entriamo in contrada
Taverna, che prende il nome dal fabbricato posto proprio sul suolo
del tratturo. Parzialmente compromessa, conserva ancora parti del
carattere originario, specie in facciata, e l’antico nome: Taverna
di Calisi dal toponimo della Piana a cui appartiene
(altrimenti detta di San Giorgio).
Attraversiamo
il borgo, ancora abitato. Possiamo notare la disposizione
delle abitazioni e dei recinti, in allineamento su ambo i versanti
con le linee di confine del tratturo. Appena superata la zona abitata,
agevolmente sormontiamo il Sanzano, corso d’acqua a forte carattere
torrentizio: in estate quasi secco, in inverno o in caso di forti
piogge quasi impossibile da superare se non grazie alla passerella
pedonale in legno posta lungo il tratturo.
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Riassaporiamo
il piacere della salita in quest’ultimo tratto fatto di saliscendi
tra aziende agricole e zootecniche, dove non sarà affatto difficile
essere affiancati da greggi di pecore al pascolo.
La leggibilità del tratturo è buona, in alcuni passi eccellente
e suggestiva. Raggiungiamo un altro incrocio stradale in un borgo dal
nome evocativo: Taverna Soffocata. Riprendiamo a salire fortemente e
attraversiamo una zona in cui vari valloncelli tagliano perpendicolarmente
il sentiero, che alterna a tratti in asfalto mulattiere e percorsi frequentemente
battuti da mezzi agricoli.
Giungiamo quindi a breve distanza da Buonalbergo: ad rivelarcelo ci
sono due presenze forti. Il monte Chiodo, sede di importanti siti di
interesse archeologico, e alle sue pendici, a quota 638 m s.l.m., la
taverna omonima.
La taverna di monte
Chiodo, oggi in stato di pericoloso abbandono, segna
la fine del viaggio intrapreso dai confini col Molise; ora affrontiamo
la scelta se prendere alla lettera gli inviti del paese vicino –
Buonalbergo - o proseguire e percorrere i 33.500 passi (napoletani)
che ci separano da Candela, la meta finale.
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