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torrente Reinello - taverna Monte Chiodo
comuni di
Reino, Pesco S., S. Marco dei Cavoti, S. Giorgio la Molara, Buonalbergo

km percorso:15,54 | dislivello:410 | riconoscibilità:buona | tempo di percorrenza:5h 15 | difficoltà:medio
 
it 1 | it2 | it3 | it4 | altimetria | galleria fotografica | legenda | le reintegre
Recuperiamo i nostri passi a partire dal ponte pedonale che ci permette di guadare il Reinello. Camminiamo lungo la sponda sinistra del torrente; ce ne distacchiamo quando la pista in terra inizia ad inerpicarsi fino a incontrare una stradina asfaltata che continua a salire. Dopo poco il tratturo si regolarizza e ci troviamo a calpestare il cotico erboso. La linea telefonica su pali in legno posta al centro del tracciato ci segnerà il passo anche qui per molte centinaia di metri.
Proseguiamo con buona lena fino ad incrociare la strada che collega Pesco Sannita con San Marco dei Cavoti posta poco oltre il confine delle comunità montane Alto Tammaro e Fortore, facendo molta attenzione all’attraversamento, specie se ci muoviamo in gruppo. Ci troviamo in territorio di Pesco Sannita. Questo punto – quota 550 m s.l.m. – segna un diverso andamento altimetrico, quasi un punto di crinale: si comincia a scendere. Osserviamo di fronte a noi il Toppo Santa Barbara, di cui si dirà dopo, con alle spalle il paese di San Giorgio la Molara, quota 671 m s.l.m. Tagliamo la strada che porta a San Marco dei Cavoti e continuiamo a scendere. Il territorio immediatamente nell’intorno del tratturo è variamente edificato.

La buona leggibilità del percorso, unitamente alle buone condizioni del suolo ci permettono di proseguire speditamente. Incontriamo numerosi torrentelli fino a raggiungere il vallone Precchiella dove sceglieremo il punto più agevole dove guadarlo (in estate la portata non crea situazioni difficoltose). Attraversato il vallone saliamo per un breve tratto fino a trovare una plancia di lettura territoriale che pone in evidenza una masseria fortificata (“Casino ed oliveto della Marchesa di San Marco”), presente sin dalle reintegre più antiche e, alle spalle di questa, la chiesa di Santa Barbara. Completata la discesa, nelle immediate vicinanze di un gruppo disordinato di fabbricati, si svolta a sinistra per percorrere un lungo pezzo quasi tutto in piano, o quanto meno interessato da leggere variazioni di quota. Si entra in un piccolo boschetto seguendo una mulattiera; la zona è ricca di acqua. Il tratturo si riapre subito in una zona adibita in prevalenza a pascolo.
Dal nostro tragitto vediamo dipartirsi, confortata dalla segnaletica, la stradina che conduce a Santa Barbara. La deviazione verso la chiesetta romanica comporta circa 250 metri di dislivello verso l’alto, ma è una tappa importante. Puntando invece a diritta avvistiamo il grosso pino che segnala la presenza dell’area di sosta in adiacenza di uno dei più rilevanti episodi del tratturo Pescasseroli – Candela: il complesso del Mulino Ielardi. Le reintegre più antiche segnalano la presenza oltre che del mulino anche di una taverna, entrambi detti “del Marchese”. Siamo in una vallata, quella della confluenza tra Tammaro e Tammarecchia.


Dopo essersi aggirati nell’intorno del mulino, semi diroccato ma che conserva ancora intatto il suo caratteristico assetto fortificato, continuiamo facendoci indicare la direzione di marcia dalla disposizione dei muri in pietra, posti a delimitare ciò che resta dell’ampiezza del tratturo, qui come in altri punti ridotta da 60 a 30 passi napoletani (circa 55 metri). Superiamo il Tammarecchia su ponte carrabile e ci prepariamo ad incontrare il fiume Tammaro operando prima uno scarto a destra, poi a sinistra, aiutati dai termini lapidei e dalle differenze dei suoli. Ecco il Tammaro: se la portata lo permette possiamo passare sotto le arcate del ponte altrimenti se il sentiero è oltremodo fangoso o addirittura inondato teniamoci a sinistra e attraversiamo la strada sul ponte.
Ci immettiamo così in un tratto molto compromesso dal punto di vista della leggibilità, perché massicciamente segnato dalla viabilità carrabile. Giunti ad una biforcazione, optiamo per la strada che conduce a sinistra. Mantenendoci a bordo strada, facendo molta attenzione agli attraversamenti entriamo in contrada Taverna, che prende il nome dal fabbricato posto proprio sul suolo del tratturo. Parzialmente compromessa, conserva ancora parti del carattere originario, specie in facciata, e l’antico nome: Taverna di Calisi dal toponimo della Piana a cui appartiene (altrimenti detta di San Giorgio).

Attraversiamo il borgo, ancora abitato. Possiamo notare la disposizione delle abitazioni e dei recinti, in allineamento su ambo i versanti con le linee di confine del tratturo. Appena superata la zona abitata, agevolmente sormontiamo il Sanzano, corso d’acqua a forte carattere torrentizio: in estate quasi secco, in inverno o in caso di forti piogge quasi impossibile da superare se non grazie alla passerella pedonale in legno posta lungo il tratturo.

Riassaporiamo il piacere della salita in quest’ultimo tratto fatto di saliscendi tra aziende agricole e zootecniche, dove non sarà affatto difficile essere affiancati da greggi di pecore al pascolo.
La leggibilità del tratturo è buona, in alcuni passi eccellente e suggestiva. Raggiungiamo un altro incrocio stradale in un borgo dal nome evocativo: Taverna Soffocata. Riprendiamo a salire fortemente e attraversiamo una zona in cui vari valloncelli tagliano perpendicolarmente il sentiero, che alterna a tratti in asfalto mulattiere e percorsi frequentemente battuti da mezzi agricoli.
Giungiamo quindi a breve distanza da Buonalbergo: ad rivelarcelo ci sono due presenze forti. Il monte Chiodo, sede di importanti siti di interesse archeologico, e alle sue pendici, a quota 638 m s.l.m., la taverna omonima.

La taverna di monte Chiodo, oggi in stato di pericoloso abbandono, segna la fine del viaggio intrapreso dai confini col Molise; ora affrontiamo la scelta se prendere alla lettera gli inviti del paese vicino – Buonalbergo - o proseguire e percorrere i 33.500 passi (napoletani) che ci separano da Candela, la meta finale.